I ricordi di un funambolo

January 13, 2017

 

L'11 settembre, data destinata a spalancare per sempre un vuoto fra ieri e domani, è ancora vivo nella mente di ogni abitante del villaggio globale.

 

Eppure, appena un puntino, sospeso su un filo teso fra le due Torri, basta a far scantonare per un attimo il ricordo prepotente della tragedia e alle celebrazioni ad alto tasso simbolico fa guadagnare un guizzo di lirismo fuori luogo e fuori tempo.

 

Per gli ultimi romantici rimasti in circolazione un'altra data è infatti inscritta a caratteri cubitali negli archivi della memoria: era il 1974 quando il ventiquattrenne funambolo francese Philippe Petit attraversò otto volte il cielo fra i due edifici (all'epoca non ancora inaugurati) della città sotto gli occhi sbalorditi di centomila newyorkesi, rimasti quasi un'ora con il fiato sospeso a vederlo danzare a 412 metri da terra.

 

In “Toccare le nuvole. Fra le Twin Towers, i miei ricordi di funambolo” (in Italia edito da Tea), quel “coup” leggendario tentato dall'infaticabile installatore di cavi senza permesso, definito da Werner Herzog “Uomo Fragile del Filo”, “Imperatore dell'Aria” e anche “Conquistador dell'Inutile”, è diventato più che mai un testamento virato seppia di un sogno di leggerezza. Dove la sfida all'equilibrio assoluto lanciata dal singolo, protagonista azzardato e celestiale del rischio scelto divenuto metodo e disciplina di auto-conquista, ha consegnato alle Torri Gemelle un progetto utopico commovente.

 

Che, va da sé, acquista tanta più forza simbolica quanto più quelle stesse Torri hanno lasciato posto ad un vuoto, questo disperato e disperante, appena trent'anni dopo.

 

Prima che le torri di Petit, le sue torri, diventassero le nostre torri, il funambolo delle più improbabili traversate aeree le ha viste crollare e schiacciare migliaia di vite.

 

Le loro rovine, rimbalzate tramite la più colossale esposizione mediatica di un evento che mai si sia conosciuta nella storia, non hanno sepolto però, insieme, il suo desiderio di rilanciare alto (è il caso di dirlo) l'attraversamento del limite ricercato.

 

Oggi Petit dice di avere in mente le torri gemelle com'erano, dov'erano, ma – sottolinea- con una piega imprevista, con in dotazione una fantasiosa eleganza che alle facciate severamente a perpendicolo del muro che precipitano dal filo di ieri unisca una torsione bizzarra, quasi a rendere la maestosità di un simbolo – azzardiamo- più aggraziata e capricciosa.

 

Certamente una risposta, la sua, propria di un artista visionario che affronta con l'immaginazione la provocazione lanciata da tante storie sbriciolate sotto i colpi di un'unica storia, di cui, con la mente, appare possibile riappropriarsi con entusiasmo clandestino: le Twin Towers ricostruite torcendole di un quarto di giro lungo l'asse longitudinale, scarabocchiate così, appaiono infatti quasi un "gioco estetico tirato al destino".

 

Petit è affascinante.

 

Da grande performer etereo del pericolo, appare l'antagonista ideale rispetto alla spettacolarità odierna piena di detriti. A cui oppone, magicamente, e in un battito di ciglia, una dimensione in cui il sollievo di un corpo che cammina lentamente, con una sorta di pratica zen ad alto tasso adrenalinico, niente più che verso la sua apertura.

 

Il precipizio vorticoso che Petit ha attraversato prima che le Torri Gemelle diventassero materiale da rotocalco è diventato per sempre, con lui e grazie a lui, un sinonimo di potenzialità illimitata, di emozione che non si aggancia ma che si lascia scorrere, un intervallo dove l'assenza è in realtà la creazione e distruzione incessante di attimi di vita.

 

Nitidi solo se li si osserva da vicino, mentre da lontano, su scala macroscopica, si nascondono alla vista, restituendo soltanto e semplicemente calma e immobilità.

 

Nella sua biografia Petit appare più che mai fiero della sua paura, quella stessa paura che lo porta a lanciarsi all'assalto dei campanili, ad allontanare e unire le montagne, ad alzarsi quando il filo si mischia alla carta del cielo.

 

Camminare a grandi altezze è infatti lo strumento attraverso cui dilatare fino all'impossibile l'esperienza diretta della libertà, del percorso del limite che permette di rendere più acuto lo sguardo e di vedere da entrambe i lati.

 

In qualche modo di purificarsi fissando dritto in faccia la morte, stringendo il bilanciere.

 

Alla conquista non già delle torri più alte del mondo, ma piuttosto del vuoto che esse proteggono , che non si può misurare.

 

New York ai suoi piedi e l'estasi al posto dell'ossigeno dei polmoni: nelle sue pagine gremite di inchiostro Petit si sporge sulla ringhiera del passato per ripercorrere nella sua mente le traversate compiute, dove la gravità si fa sempre più prepotente e l'esposizione più feroce.

 

E questo gli richiede un grande sforzo di immaginazione.

 

La ricerca delle parole, confessa il funambolo-scrittore, si fa disperata, perché ciò che sembra riportare a galla sono solo le contraddizioni di una vita troppo piena.

 

I piedi come i pensieri si posano sulla corda di acciaio di modo che l'impatto di ciascun movimento assorba il dondolio del cavo, le sue oscillazioni verticali e la sua torsione lungo l'asse delle traversate.

 

Soltanto lassù, con l'anima a tu per tu con un sogno forgiato ad un'altezza vertiginosa, è possibile per lui confrontarsi con la pagina, iniziando con pazienza a sottrarre.

 

Per non dimenticare e, allo stesso modo, per dimenticare. Per rimanere sospeso e, ugualmente, presente.

 

Per dirsi, un passo dopo l'altro. Nell'equilibrio necessariamente precario delle emozioni, come delle parole.

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