Ripescando il Dr. House

September 23, 2016

Recentemente non sono stata proprio benissimo: qualche problema di salute che mi ha visto immobile a letto per qualche giorno.

 

E non ho trovato di meglio da fare che rivedere qualche puntata della serie Dr. House, tanto per trovare un po' di consolazione.

 

Lo Sherlock Holmes in camice “diventato medico per curare le malattie e non i malati” mi è stato di grande aiuto.

 

Come sa bene chi la conosce, si tratta della serie shock per tutti gli ipocondriaci in circolazione.

 

Dr. House in italiano ha il sottotitolo Medical Division, ritocco dell’acronimo MD dell’originale che rimanda invece a Medicinae Doctor, ovverosia: Dottore in Medicina.

 

L’asettica traduzione nostrana al cloroformio suona un po’ come la presa di distanza (inconscia?) rispetto ad una figura che, all’apparenza, come ha detto qualcuno, non ti porterebbe a scommettere neppure un’unghia sul suo giuramento di Ippocrate.

 

Il dr. House trasuda infatti sarcasmo da tutti i pori.

 

Ma il suo elettrochoc verbale piace.

 

Il telefilm puntella con la forza anticonvenzionale del genio maledetto la crudeltà del quotidiano che aleggia dalle parti dell’ambiente sanitario.

 

Dove ogni biografia diventa patologia e la soggettività del paziente viene azzerata dietro l’oggettività dei segni somatici che nelle schede cliniche sono sigillati.

 

Dopo tanto recente cincischiare sulla corretta comunicazione medico-paziente, la serie Dr. House è da manuale. Basta e avanza.

 

L’atmosfera è tutta lì, nella grammatica dei sintomi attorno a cui si stringe la micro-comunità scientifica per dibattere animatamente, e, ovviamente, per capire.

 

Il background emotivo dei pazienti fa capolino qua e là, ma quando i sentimenti e i legami prendono troppo la corda, House provvede con zelo a spazzare via la lacrimuccia, riappropriandosi tempestivo del corpo malato come del gioco dei suoi neuroni ivi attivato.

 

Perché una cosa è certa: nel suo lavoro House è il migliore, e, nonostante il carattere spigoloso non certo occultato, il suo immancabile bastone (è zoppo) si rivela, alla fine, sempre quello del comando, del pastore che guida il gregge, del guerriero combattente.

 

Come anche, raggiunto l’obiettivo-guarigione, quello della solitudine.

 

Sono talmente affascinata dalla figura del Dr. House da voler approfondire.

 

E scopro che il Nostro è un vero e proprio crocevia di pubblicazioni.

 

Sul versante scientifico: “I casi del Dr House” (Sperling&Kupfer) del giornalista scientifico Adrew Holtz.

 

Perché va bene il fascino che emana dalla sua misantropia in camice, ma qualche domanda, rimanendo ai fatti e alle diagnosi presentate, sorge pure spontanea.

 

Fra embolizzazioni e coronografie che fioccano abbondanti, angioplastiche e interventi chirurgici ad ogni batter di ciglia, ogni tanto capita infatti di rimanere un po’ perplessi dalla veridicità di quanto visto.

 

Anche perché si è quasi sempre al cospetto di un mix di sintomi per lo più inediti e di risoluzione che prendono corpo per tentativi ed errori (orrori) sulla pelle del paziente (sottoposto non di rado a trattamenti pericolosi che a non azzeccarli si rischia magari l’incriminazione).

 

House ci prende sempre con la sua lavagnetta fatata su cui ragiona in maniera poco convenzionale, coadiuvato dal suo staff che più che altro serve da pungiball per rafforzare il suo ego.

 

Ma come fa a non sbagliare un colpo? Quanto è corretto quello che dice? Sono attendibili i casi su cui rimugina?

 

Curiosità, bizzarrie e verità scientifiche vengono presentate da Holtz a partire dal telefilm. Che, proponendo delle terapie, fornisce allo scienziato il destro per verificarne o meno l’efficacia, analisi dopo analisi, esame dopo esame.

 

Il secondo libro parla invece di filosofia: “La filosofia del Dr. House” (ed. Ponte alle Grazie) del collettivo Biltris che si propone di indagare l’etica, la logica e l’epistemologia dell’eroe televisivo.

 

Il medico acchiappascolti, considerato dagli autori una sorta di Socrate Pop, sarebbe portatore di una super-etica perché - nonostante si prenda beffa in maniera urtante di colleghi come di pazienti, e benché sia intrattabile in maniera eccentrica, sarebbe nondimeno umanissimo nel suo fare di tutto per salvare una vita, per cui arriverebbe a sacrificare anche etica, legge e deontologia. Perchè la sua molla è sempre e comunque la salvezza del paziente. Dunque, si cerca di scandagliare il funzionamento del cervello di House.

 

Il terzo libro (ci credereste mai?) lo ha scritto proprio lui, il Dr. House, cioè l’attore inglese Hugh Laurie che è anche scrittore umorista.

 

Si intitola “Il venditore di armi” (ed. Marsilio) ed è un thriller comico, una spy story strampalata che sembra fare da contro canto al rigorosissimo ragionare di House. 

 

Comincio da questo.

 

 

 

 

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