Cosa resterà della campagna elettorale americana?

September 26, 2016

 

Probabilmente la peggiore campagna elettorale di sempre.

 

La Comunicazione - Un'immagine forte che sintetizzi il profilo di un candidato non pare esserci. 

 

Mentre è ancora piuttosto incerto l'esito del voto, si guarda indietro tentando bilanci.

 

Dopo aver letto l'ottimo libretto di Massimo Teodori "Obama il grande" (Marsilio, 2016) dedicato agli otto anni del primo presidente afroamericano della storia, è fuor di dubbio che - per quanto riguarda la comunicazione che ha interessato la campagna elettoriale di Obama-, l'immagine che resta con indubbia efficacia a futura memoria è lo storico poster del Presidente del 2008, il celebre ritratto chiamato "Hope".

 

L'ha realizzato Obey, nome d'arte dell'artista statunitense Shepard Fairey, che ancora oggi

riesce a farsi notare e ad essere un saldo riferimento nel movimento della controcultura americana.

 

Obey proviene dalla scena dello skateboarding e nell’Urban Art ha conquistato ormai un posto di primo piano, dopo una carriera artistica di più di venti anni che lo ha visto lasciare il suo segno nei centri urbani sparsi nei quattro cantoni del globo.

 

Era il 1989 quando, ancora studente di design, vede decollare la sua carriera: l’artista trova in una rivista la foto del lottatore di wrestling di origine francese, allora sulla cresta dell’onda, Andre The Giant e decide di usare questa immagine per creare il suo primo sticker, accompagnato dalla frase “Andre The Giant Has a Posse”.

 

Un volto stilizzato accompagnato dalla scritta in stampatello “Obey” e il gioco è fatto: l’efficacia del ritratto e la successiva operazione di distribuzione degli adesivi attaccati in giro per l’urbe destano la curiosità della gente, catturando sguardi interrogativi sul loro significato.

 

L’invasione degli sticker è appena cominciata: c’è ora da conquistare New York e Boston, attaccando ovunque altre figurine, sollevando altre perplessità, nuovi dubbi, rinnovate domande.

 

Da questa avventura metropolitana nata da una intuizione alla vera e propria stesura di un manifesto per dare forma teorica all’operazione-sticker di Fairey alias Obey il passo è breve: l’artista parla della sua provocazione come un autentico “esperimento sul concetto di fenomenologia proposto da Heiddeger”.

 

In sintesi, se la fenomenologia tenta di far sì che le persone possano vedere più lucidamente ciò che è dato per scontato e per questo reso invisibile ad un occhio poco attento, il tentativo è quello di ridestare la meraviglia per l’esplorazione dei propri spazi.

 

Il dialogo fra l’artista e l’osservatore è infatti continuo quanto intrigante: l’operazione-André The Giant, che in sé non significa niente, chiede a chi guarda uno sforzo di immaginazione, spesso scomodo.

 

Ho sempre creduto nell’arte come una parte del dialogo pubblico – ha scritto Fairey – e la mia campagna di street art Obey Giant aspirava a provocare un blocco a livello visivo ed intellettuale”.

 

Il mistero dell’arte è accresciuto dall’anonimato dell’artista, e l’esercizio intellettuale da lui riproposto senza posa cattura i passanti: il pensiero risulta stimolato, come anche le reazioni più o meno estemporanee.

 

Fra intrigo del mistero e iper-comunicazione teso all’occupazione degli spazi metropolitani si gioca la partita di Fairey, che induce lo spettatore quasi ad una sorta di “anestesia” dei tanti simboli di cui è occupata la sua mente.

 

Il volto di Obama di Hope è rimasto incredibilmente impresso nella mente di milioni di persone, quando l'operazione sociale e comunicativa di Obey è diventata dichiaratamente impegno politico.

 

Non credo che alcuna immagine, né di Trump né della Clinton, resterà viceversa, a futura memoria. 

 

 

 

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