Toccare il tempo

October 1, 2016

 

Da qualche giorno sono un po' ansiosa pensando al tempo che passa.

 

E mi è venuto in mente l'artista giapponese Kan Yasuda

Già. "Toccare il tempo" è stata l'ultima mostra che ha fatto in Italia.

Titolo incoraggiante, senza dubbio. In questa esposizione l'artista permetteva di poter accarezzare le sue sculture, nientemeno.

 

L'arte è sempre materia da tenere a giusta distanza. Ma talvolta – soprattutto se è di sculture che si sta parlando – non poter seguire con le mani il profilo e i contorni dell'oggetto ammirato finisce per essere un'esperienza monca, un po' asettica, vissuta con quel tanto di circospezione che impone il sistema d'allarme pronto a scattare non appena si varca il confine fra lo spettatore e l'opera, deliberato da chi la mostra l'ha allestita.

 

Yasuda ruppe il tabù e con la sua voglia di sperimentare provocò il perfetto frequentatore di museo, quello composto e diligente, che sta sempre al suo posto: il canto delle sirene nel viaggio esplorativo che apriva la sua arte era infatti una fine lavorazione delle sculture che risplendono alla luce del sole in tutto il nitore del marmo bianco di Carrara, e poi del bronzo nero e del granito.

 

Il contatto diretto con le loro superfici era quasi un percorso obbligato: puri blocchi di materia sottoposti a scrupoloso trattamento che invadono lo spazio come ciottoli scavati dai secoli, e abbandonati al flusso del tempo e delle mani.

 

Impossibile trattenerli, ma sfiorarli è già incontrare un istante vissuto attraverso un tocco che si fa incontro.

 

Che sa anche essere duro, violento. Come una grande lavorazione in bronzo nero che attraverso dei fori che crivellano una superficie restituisce un mondo lacerato e dolente (mi ricordo: tante schegge di marmo confondono il pensiero che insegue la concretezza e trova l'astrazione).

 

Forme organiche accarezzate da profili continui, sassi ora chiari ora scuri che rapiscono lo sguardo con le loro forme rotondeggianti che smussano le asperità incontrate strada facendo. E su tutto, un pavimento lastricato che risplendeva e abbagliava.

 

Ecco: epoche fra loro distanti riuscivano a richiamarsi attraverso il gioco della forma, e l'energia delle sculture creava una strana alchimia con il luogo dove l'arte era collocata. 

 

Quando toccavo un'opera era come se toccavo "l'accumulazione dei tempi passati che si materializza nel presente” (diceva Yasuda).

 

Forse questo piccolo ricordo sensoriale mi offre un po' di consolazione, stamattina che la sveglia è - chissà perché - più aggressiva del solito.

 

 

 

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