Botero e l'orrore di una violenza dimenticata

October 3, 2016

 

Ricordo che Botero, con i suoi corpi eccessivi, fu il pittore che lavorò per dare una rappresentazione artistica agli orrori di Abu Ghraib, con cinquanta opere direttamente ispirate al senso di raccapriccio suscitato dalle torture che l'artista colombiano lesse, nero su bianco, sul New Yorker.

 

Un manifesto pacifista che batteva la strada aperta dalla Guernica di Picasso, il quadro che ha fissato per sempre, nella memoria di tutti, il massacro compiuto a danno dei civili da Francisco Franco - definito all'epoca “difensore della civiltà occidentale” - grazie agli alleati fascisti e nazisti.

 

La Guernica è diventata presto un'opera-feticcio, soprattutto per il forte simbolismo che porta con sé e per la carica ideologica che ha assunto per molti artisti.

 

Il senso della violenza fisica sul nemico, la sofferenza, la morte violenta e il disprezzo per l'uomo, hanno descritto, nella spigolosità delle figure scomposte della Guernica, nello stile secco, nel contrasto del bianco e del nero, il territorio dove corpo e guerra si incontrano: il corpo lacerato, mutilato, ferito, come corpo stesso della guerra e del dipinto, che diventa messaggio universale non solo diretto contro Franco, ma contro tutti gli assassini del mondo.

 

Non si può restare indifferenti di fronte alle figure di Picasso deformate dalla durezza: la denuncia che si fa assemblaggio disordinato di immagini taglienti, rottura di linee e piani. Mentre l'immagine decifrabile del toro esce dalla rappresentazione diretta del fascismo per farsi simbolo della brutalità tout court.

 

L'enigma del quadro è tutto nella sua austerità, che ne libera però il dramma.

 

Rimasi invece molto colpita nel vedere l'orrore della guerra rappresentato dalle rotondità di Botero, dalle sue forme monumentali.

 

Perché - come tutti, d'altronde - ho sempre associato l'arte di Botero a forme morbide e gonfie giocate nei cambiamenti di scala repentini e continui.

 

Botero è quasi testardo nel concentrarsi sui volumi, a cui cerca di dare una realtà specifica.

 

I suoi uomini sono diventati dei veri e propri prototipi, riconoscibili nella loro natura ingombrante eppure quasi fluttuanti, delle mongolfiere color pastello, protagoniste di una irrealtà a caccia del dettaglio, imperturbabile.

 

Sono stata sempre catturata dalla generosità delle forme della sua pittura che abbraccia il colore disteso e a tratti squillante (il rosso acceso di un'anguria, l'arancio degli agrumi, il viola delle gonne a campana...)

 

I suoi sono spesso spicchi di realtà insolita ma ordinaria (come quella di una strada con i suoi abitanti caratterizzati dall'assenza di mobilità facciale , che sola potrebbe distinguere una figura dall'altra). Abbondante e rassicurante.

 

Insomma, i corpi di Botero sono maschere dell'assenza oppure fantasiose creature di un altro mondo?

 

Vista l'ironia gentile che percorre donne, ritratti e paesaggi, opterei per la seconda ipotesi.

 

Eppure, Botero è ricorso ai suoi corpi dilatati anche per rappresentare le torture che ha visto nei documenti fotografici di Abu Ghraib, riproponendo gli stessi suoi colori squillanti (viola, arancione) per segnare le bende e i cappucci messi sulle teste dei condannati; lo stesso rosso elettrico per il sangue vomitato da una vittima, inerme e straziata.

 

Quasi che il suo stile, la sua fantasia, la sua pittura, volessero rendere i corpi un campo di colore che assimila nazionalità e schieramenti nell'unico dramma del male, dove non esistono spigoli, tagli, o tonalità cupe.

 

Anzi, la forma rotonda e scultorea, appiattisce il dolore nella vivacità del cromatismo, perché il colore non ha connotazione emotiva, è libero di esibire brillantezza e vivacità, indifferente a ciò a cui rimanda.

 

La ragazza-soldato che si fece fotografare sorridente protagonista dell'orrore sconvolse la convinzione degli occidentali di potersi schierare rimanendo indenni al potere distruttivo nascosto nell'animo umano, di ogni animo umano.

 

La linea curva e le tonalità accese di Botero continuano a descrivere oggi l'orrore della violenza rappresentata da maschere-corpi che ci scorrono davanti coi loro volumi e i loro colori, quelli di sempre.

 

“Per non dimenticare”, disse l'artista.

 

Ma forse la vera denuncia è proprio quella verso la dimenticanza, che già ti si propone davanti non appena ti accorgi di quanto velocemente la mente vada ad altri quadri di Botero, con gli stessi colori, utilizzati però per dipingere altri mondi.

 

Quelli che tutti abbiamo mandato a memoria, così rarefatti e così dolci.

 

 

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