Nobel a Dylan. Ed è caos...

October 14, 2016

 

Per sfuggire alle polemiche che ancora si trascinano dopo il Nobel alla letteratura a Bob Dylan, scelgo di polemizzare con il film di Todd Haynes "I'm not There" (2007) che al cantautore si ispira.

 

Obiettivo del film: rappresentare la natura inafferrabile di un grande della musica attraverso diversi personaggi che ne richiamano a vivide pennellate la personalità, senza per questo clonarne l’icona.

 

Perché di Dylan sono state sfornate tesi di laurea a volontà, saggi e volumi ma – specie sulla sua vita privata – rimane pur sempre un alone leggendario che lo rende scivoloso peggio di un’anguilla.

 

E allora, deve aver pensato bene Haynes, meglio reinventarne daccapo una versione cinematografica smembrando il suo genio in più personaggi a lui liberamente ispirati, onde non incappare in sgradite tentazioni didascaliche, come, peggio, in un inno all’anticonformismo tout court con generose iniezioni di colonna sonora, attinta a sì tanto mitico repertorio.

 

Insomma, la missione speciale di Haynes è stata quella di resuscitare con la macchina da presa (abile, abilissima) l’effervescenza anni ’70 (quella della new generation e dei poeti simbolisti francesi), fatta vorticare attorno a Dylan e alle sue canzoni (riadattate) come una girandola fuori controllo tramite alcuni suoi spezzoni di vita.

 

Una staffetta biografica – potremmo chiamarla così – realizzata da sei protagonisti poco convenzionali (tra cui il ragazzo perennemente in fuga, un idolo folk che finisce per fare l’evangelista, una rockstar androgina) o forse troppo (l’attore belloccio sposato più con la sua valigia che con la sua famiglia).

 

Ciascuno in difficoltà esistenziale. Ciascuno pronto a passare la patata bollente di una sceneggiatura (di una vita?) senza sviluppo al personaggio successivo.

 

L’effetto frustrante di questo incedere a singhiozzi del film contagia senz’altro lo spettatore. Che può magari anche aggrapparsi alle frasi a effetto che fanno qua e là capolino (pronunciate da un Rimbaud-efebo e dai capelli scompigliati), e pascersi l’animo così.

 

Ma dopo venti minuti dall’inizio di questo “viaggio” allucinato, è già con la testa altrove.

 

In ogni caso, del film resta una frase storica di Dylan: posso accettare il caos, ma non sono sicuro che il caos accetti me.

 

Dichiarazione da Nobel, no?

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