L'ultimo ballo di Charlot

December 6, 2016

 

Il 25 dicembre del 1977, proprio il giorno di Natale, moriva Charlie Chaplin.

 

La “prima icona mediatica del ‘900”,  il vagabondo più famoso della storia del cinema, l'artista che ha attraversato le comiche degli anni 1914-1918, i classici del muto come le opere della maturità.

 

I primi lungometraggi chapliniani (Il monello, 1921, La febbre dell’oro, 1925, Il circo, 1928) hanno affermato un criterio di professionalità per l’epoca inedito.

 

E alcuni film come “Luci della città”, la storia del vagabondo dal cuore d’oro e della fioraia cieca (costata circa centomila metri di pellicola in ben tre anni) non possono non strappare qualche lacrimuccia anche ai più duri di cuore.

 

Piaccia o meno, Charlie Chaplin non ha mai tradito la sua poetica, e questo gli va certamente riconosciuto. 

 

Quando già il sonoro conquistava spazio, Chaplin sceglieva di difendere a denti stretti la pantomima che lo aveva reso celebre e optava per il muto con tanto di bombetta e scarpe rotte, vestendo appuno i panni dello squattrinato vagabondo che la giovane fioraia cieca, per uno scherzo del destino, scambiava per un milionario.

 

Ammetto però di amare di più Charlie Chaplin che smette la maschera di Charlot, e regala capolavori di humor nero come "Monsieur Verdoux", da lui stesso definito “il più intelligente e brillante dei suoi film” (su un’idea di Orson Wells).

 

Il mio film preferito firmato Chaplin. Qui, un bancario licenziato per provvedere a moglie (inferma) e figlio (piccolo) a carico, si dedica ad una attività mostruosa: quella di seduttore professionista di donne rigorosamente ricche, che poi deruba e uccide. (Chaplin, rendiamogli atto, non è mai stato tenero con il perbenismo piccolo-borghese).

 

Ora, visto che si avvicina Natale, e dunque anche la ricorrenza della morte di Chaplin, mi è tornato in mente questo bel libro di uno scrittore che apprezzo molto, Fabio Stassi, dal titolo "L'ultimo Ballo di Charlot".

 

"In una sera di Natale la Morte va a trovare Charlie Chaplin nella sua casa in Svizzera. Il grande attore e regista ha passato gli ottant’anni ma ha un figlio ancora piccolo e vorrebbe vederlo crescere accanto a sé. In un lampo di coraggio Chaplin propone un patto alla Vecchia Signora: se riuscirà a farla ridere si sarà guadagnato un anno di vita. Inizia così un singolare balletto con la Morte, e quella notte a salvarlo non sarà la tecnica consumata dell’attore ma la comicità involontaria che deriva dagli impacci dell’età. La questione però è solo rinviata: anno dopo anno, a Natale, la Vecchia tornerà a reclamarlo e bisognerà trovare il modo di suscitarle almeno una risata. Nell’attesa dell’incontro fatale Chaplin scrive una lunga e appassionata lettera al figlio. Vuole raccontargli la storia vera del suo passato, quella che nessuno ha mai ascoltato, ed ecco che dalle sue parole scaturisce l’avventura rocambolesca di una vita e il ritratto di un’epoca rivoluzionaria".

 

Stassi, penna-alfiere della fantasia, immagina dunque Chaplin come un anziano padre che è stato visitato dalla Morte, proprio come nelle favole o nei racconti di Dickens.

 

Anzi, un padre-nonno (che riassume una doppia figura che abbiamo perduto!), e che si mette a scrivere una lunga lettera al figlio, proprio la notte in cui sa che dovrà morire.

 

Una lettera che è una sorta di riflessione sul desiderio, e su come si possa vivere la vita in maniera positiva.

 

Ecco, aldilà di tutti i soliti film che ci verranno propinati in televisione durante queste feste natalizie, il mio consiglio è riscoprire questo gioiellino di libro, ricordando il nostro caro e squattrinato vagabondo che ci ha lasciato quasi quaranta anni fa.

 

 

 

 

 

 

 

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