La crisi del giornalismo scientifico

October 18, 2017

 

Il giudizio dell’American Council on Science and Health (ACSH) sui media che fanno informazione scientifica è netto:Se tutto il giornalismo è in cattive condizioni (e lo è), il giornalismo scientifico è in condizioni anche peggiori. Non solo è suscettibile degli stessi bias che affliggono il resto dell’informazione, ma è particolarmente vulnerabile a un vergognoso sensazionalismo”.

 

Le pagelle a tv, siti, giornali – generalisti e specializzati – frutto della collaborazione fra l’organizzazione no profit ACSH con il portale di news scientifiche RealClearScience  parla chiaro: a sopresa la tabella che ne esce fuori mette agli ultimi posti per credibilità e leggibilità persino testate e tv di prestigio come Telegraph, CNN, Fox News, Washington Post, New York Times.

 

Se questo è lo scenario internazionale, in Italia, complice la marginalità della scienza nel sistema produttivo, la situazione è, se possibile, ancora peggiore.

 

La divulgazione scientifica è la cenerentola della stampa mainstream, gli esperti sono raramente consultati e fra gli inserti rigorosi, costruiti con competenza e professionalità, si annovera per lo più l’inserto Tuttoscienze de La Stampa.

Quanti sono i giornalisti scientifici in Italia che possono certificare una formazione scientifica?

 

Pochi, pochissimi.

 

Ancor meno quelli che sembrano intenzionati a seguire il decalogo del buon comunicatore scientifico

 

Su Pagina99, il giornalismo scientifico viene persino definito un “male incurabile”,

sottolineando anche la difficoltà, da parte di chi esce dai master di specializzazione, di inserirsi nelle redazioni.

 

A questo, si aggiunga poi il fatto che nel 2017 – come certificato dal 14° Rapporto sulla Comunicazione scattato da Censis e UCSI -  gli italiani più che fruitori della stampa, stanno soprattutto sul web, grazie a smartphone e social network (si parla di ben il 75,2% della popolazione, l’1,5% in più rispetto all’anno precedente).

 

Mentre dunque nel Belpaese crolla la spesa per i giornali come per i libri, smartphone e social network si impongono sempre più come territori privilegiati utili alla diffusione delle più svariate fake news. E non mancano quelle scientifiche, naturalmente.

 

Tanto che su Facebook è nato persino un gruppo chiamato “Giornalismo Ascientifico” con l’obiettivo di creare una “rassegna di articoli scientificamente poco corretti che spesso ci passano i quotidiani e le riviste. Non vuole essere una gogna per giornalisti, quanto piuttosto uno spazio per riflettere sull’informazione scientifica che riceviamo”.

 

Così, mentre anche i social sembrano cominciare a produrre da soli i propri anticorpi, ci sono due libri da segnalare, usciti quest’anno, che remano contro la cattiva pratica di un giornalismo scientifico sciatto e pressappochista, quando non dichiaratamente pericoloso.

Il primo è il libro scritto a quattro mani da Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia “E’ la medicina, bellezza! Perché è difficile parlare di salute”, edito da Carocci, finalista al Premio Galileo 2017 per la divulgazione scientifica.

 

Oggi l’informazione è facilmente raggiungibile da ciascuno di noi senza filtri, che sia corretta o no. A maggior ragione, la comunicazione ufficiale deve imparare a lavorare su più fronti e a confrontarsi con una complessità in continua crescita”, dice Silvia Bencivelli, giornalista scientifica e tra i conduttori di Tutta Salute su Rai3.

 

La classe medica – gli fa eco Daniela Ovadia, direttore scientifico presso Agenzia Zoe - Informazione medica e scientifica e neuroeticista presso Neuroscience and Society Lab, Department of Brain and Behavioral Sciences dell’Università di Pavia -  ha determinate responsabilità, legate in gran parte a un approccio obsoleto all’informazione, vista come una sorta di grancassa la cui funzione è quella di educare il popolo e di fare da megafono alle sorti magnifiche e progressive della scienza (o delle proprie scoperte)”.

 

E aggiunge: “A livello individuale molti medici non hanno ancora compreso quanto è essenziale il tempo che passano con i pazienti e quanto l’interazione e la capacità di essere chiari nelle spiegazioni che danno sia preziosa per l’educazione sanitaria del Paese. La classe medica da sola, però, non può cambiare il mondo: serve un nuovo approccio alla medicina e alla salute basato su una rivalutazione delle fonti di informazione indipendenti”.

 

Il secondo libro utile a capire la superficialità di certo giornalismo che si cimenta con argomenti scientifici, è “Io, trafficante di virus – Una storia di scienza e di amara giustizia” (Rizzoli), , della virologa di fama mondiale Ilaria Capua, che qualche anno fa scoprì direttamente dalla stampa di essere indagata per un presunto traffico di virus e vaccini.

Un destino umano e professionale segnato da una ridottissima cultura scientifica del giornalismo nostrano, capace di fare da grancassa ad un caso giudiziario incentrato su una accusa pesantissima e risolta poi in un proscioglimento “perché il fatto non sussiste”.

 

La vicenda è quella di una ricercatrice apprezzata e nota nel mondo per i suoi studi che viene travolta da una inchiesta giudiziaria infondata e a cui l’Espresso dedicherà la copertina con un titolo che ne decreterà da subito la gogna mediatica “Trafficanti di virus” (da cui il titolo del libro).

Un sensazionalismo capace di allungare l’ombra di un’accusa infamante, che minaccia la reputazione della scienziata anche prima dell’inizio del processo stesso.

 

Un libro che mescola sapientemente la dimensione umana e quella professionale, e in cui si confutano gli errori scientifici che infarcivano le accuse contro la virologa e che ne hanno segnato la sua discesa negli Inferi. Accuse da cui non può non muovere una riflessione seria sulla pericolosità di un giornalismo “di pancia”, capace di contaminare la qualità di una informazione in Italia già così deficitaria.

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