Letture sotto l'ombrellone

August 8, 2018

 

Il sociologo e giornalista Pippo Russo nel suo doppio romanzo “Nedo Ludi” (Edizioni Clichy, 2017) ambientato a Empoli, Santa Croce sull’Arno e Montelupo Fiorentino, si è cimentato con la narrazione della parabola della storia del pallone scegliendo di raccontare la trasformazione del calcio in un periodo di tempo molto preciso, fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del Novecento (nella prima parte) fino al Mondiale Germania ’06 (nel sequel). E insieme al calcio, narra la trasformazione di un intero Paese.

 

Campionato 1989-90. Il protagonista del libro è Nedo Ludi, giocatore professionista dell’Empoli, “stopper fra i tanti di una squadra piccola come tante”, “tesserato per una squadra che se cambia allenatore i giornali sportivi nemmeno ne danno notizia in prima pagina”. Uno da “duelli duri e spigolosi, ma leali”.

 

Nel contesto della provincia toscana, l’autore cala l’esperienza umana e professionale di questo stopper professionista, che si trova a vivere una vera e propria “rivoluzione silenziosa”: quella data dal passaggio dal “gioco a uomo” al “gioco a zona”, destinata a cambiare per sempre le sorti del pallone.

 

A una visione “tradizionalista” del calcio, quella propria dei cultori della marcatura a uomo, che lascia grande spazio alla creatività e all’estemporaneità del giocatore, ai singoli talenti individuali, alle loro caratteristiche e personalità, si contrappone la visione “innovativa” del pallone, dove ad essere centrale diventano il progetto, l’organizzazione tattica e persino “scientifica” della squadra, e dove cominciano a circolare parole come “intensità”, “cultura difensiva”, “educazione al valore della squadra”, “acquisizione di mentalità”,  “capacità di leggere le situazioni”.

 

Da una parte, l’elemento anarchico e imprevedibile; dall’altra, il calcio come più che mai lavoro collettivo, in cui il singolo viene sacrificato sull’altare di una perfetta macchina organizzativa, oliata dall’allenatore regista.

 

Lo sport, ma in particolare il calcio, si avviava in quegli anni – complice Sacchi e i suoi epigoni - a diventare l’industrializzazione del gioco stesso, volto a produrre merce atletica e spettacolare. In una parola: modernità.

 

E i metodi di allenamento diventavano sempre più oggettivi e razionali, con l’obiettivo specifico di raggiungere prestazioni quanto più possibili competitive, e da record.

 

Prime vittime di questa evoluzione di gioco, furono appunto gli stopper come Nedo Ludi, personaggio immaginario ma perfettamente credibile, esponente di un calcio fatto ancora di uomo contro uomo, e dunque inevitabilmente individualista, teso al duello con l’avversario, per cui il pallone è scontro, difesa e attacco, tutto principalmente secondo il proprio estro.

 

Nedo Ludi, che nel nome richiama curiosamente Nedd Ludd, cioè il “vendicatore di una civiltà pre-industriale che si ribellava al progresso in difesa della dimensione umana del lavoro” (e che per questo distrusse delle macchine tessili come espressione di protesta), decide a modo suo di opporsi ad un calcio in cui non si riconosceva più, e da cui si sentiva indebitamente espulso.

 

Sulla scia delle suggestioni luddiste, Nedo diventa così, nel suo piccolo, ideologo e leader della “congiura degli stopper”: condottiero e insieme motivatore di un vero e proprio tentativo collettivo di sabotare, forte di una serie di errori voluti in campo, la “macchina del gioco a zona”, e far perdere così le partite alla sua squadra, l’Empoli.

 

Fin qui l’idea di fondo del romanzo.

 

Lo spunto di parlare di modulo di gioco con macchina produttiva da sabotare non può non richiamare

 

alla mente un divertente e brillante pamphlet di qualche anno fa scritto dal giornalista Daniele Camilli, “Contropiede: breve discorso sopra il metodo del calcio” (nottetempo, 2007): “il calcio – scrive l’autore - non è soltanto una semplice attività sportiva, ma anche un metodo che è stato - ed è tuttora - capace di proporre sul terreno di gioco i metodi del sistema capitalistico e il modo di essere delle società che esprime”.

Camilli sembra però pensarla un po’ diversamente da Nedo Ludi, alfiere del gioco a uomo. Se infatti esiste per entrambe una stretta correlazione fra sistema produttivo e metodo di gioco, il calcio, scrive il giornalista, “per lungo tempo con il gioco a uomo sembra somigliare alla catena di montaggio”, mentre il gioco a zona “sembra invece portare sul campo le logiche del sistema produttivo cosiddetto post-fordista”.

Il gioco a uomo prediligerebbe infatti per Camilli la staticità, mentre il gioco a zona “la flessibilità, la versatilità, la reattività, la capacità di rispondere immediatamente alle esigenze del momento”. Dal gioco a uomo al gioco a zona come dal fordismo al post fordismo, dunque.

 

 

 

 

Teorie opinabili, ma senza dubbio affascinanti. Sia come sia, il pretesto dello scontro fra calcio a uomo e calcio a zona è per Pippo Russo uno strumento più che altro per raccontare un periodo di grandi cambiamenti non solo calcistici ma anche storici propri di quegli anni, come il crollo del Muro di Berlino: la storia con la maiuscola entra infatti nel romanzo attraverso, per esempio, i notiziari televisivi, che peraltro annunciano anche la svolta della Bolognina.

 

Cosa che avrà una pesante eco nella vita del padre di Nedo, comunista convinto che non si rassegna – lui, figlio di partigiano e cresciuto con i valori della Resistenza -, al cambiamento dei tempi.

In questo spaccato fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, non poteva mancare, naturalmente, neppure un affondo al Mondiale Italia 1990: “l’Expo della missione italica come potenza internazionale, la vetrina fantasmagorica del genio economico e industriale nostrano, l’appuntamento col nostro destino civilizzatore”.

 

 

Quel Mondiale – come si sa - l’Italia non lo vinse. E l’occasione sfumò, nonostante lo spreco di retorica che l’accompagnò. “Un insuccesso sportivo della Nazionale al Mondiale del Novanta avrebbe dovuto coronare il successo organizzativo, che sarebbe venuto dopo quello d’immagine, a sua volta conseguente a quello economico. L’insuccesso sportivo, invece, innescò un opposto effetto-domino. Esso enfatizzò l’insuccesso organizzativo, già evidente dalla fatica compiuta dal Paese per raggiungere in tempo alla celebrazione della manifestazione”.

 

Appena due anni dopo, ed ecco Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica a rendere ancora più confuso lo scenario politico e sociale.

 

La storia patria viene perfettamente amalgamata da Russo alle cronache calcistiche spesso reali, come alle vicende personali di Nedo, in un mix convincente di fiction e cronaca d’epoca, riflessioni sociali e momenti intimi, privanti quando non privatissimi.

 

Vissuti in anni non facili neppure a livello economico, specie in una provincia che cominciava a scontare la concorrenza delle produzioni de localizzate nei Paesi dell’Est Europa, e il progressivo declino dei diritti sindacali, delle condizioni di sicurezza e di salute, degli standard salariali fino a quel momento dati per scontati.

 

La trasformazione del calcio secondo moduli astratti, che offuscarono irrimediabilmente figure come lo stopper, il libero, e il mediano marcatore, in definitiva, corre parallela al racconto della mutazione industriale e culturale del paese, a partire dagli anni Novanta.

 

E più di vent’anni di storia italiana vengono narrati in un tomo poderoso con il piglio del giornalista e lo sguardo lungo del sociologo, insieme allo spessore dello scrittore che si sente amare parecchio la materia di cui tratta, senza però farsene mai travolgere del tutto. E meno male.

 

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